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Non mi sono mai posto problemi biografici. Tanto meno scrupoli autobiografici. Dovrei scrivere miliardi di biografie su ogni singolo istante della mia vita trascorso e sognato, arbitrariamente estromesso alla “serie”… E tutto questo non certo sulla scorta della memoria… Non saprei, in definitiva, di chi parlare. Ho sempre avuto una certa ripulsa per diari e memoriali, e quando qualcosa di interessante c’era o poteva esserci, si ravvisava su un piano estetico-dottrinale o strettamente letterario (per alcuni pensatori le due ipotesi sono felicemente commiste). Il dato biografico eccedente mi lascia indifferente se non stizzito. Ad esempio, non ricordo nessun fatto illustrato nella Vita di Benvenuto Cellini scritta per lui medesimo in Firenze. Ma ricordo il gusto sensitivo della sua prosa, l’asciutto e sferzante dipanarsi di uno stile non meditato, non impiastrato di retorici vezzi. Così come ricordo l’inquieta e pugnace vitalità che informa la Vita dell’Alfieri, l’eroica tragedia di una scrittura ancora posta al vaglio di patetici omicini che indagano sulla presunta veridicità o meno dell’opera (dove sei “santa asinità” cinquecentesca..!) Ho letto varie volte e con estremo piacere l’acuta ed elegante autobiografia di Chesterton, irresistibile nelle sue divagazioni, nel suo spirito, nei suoi paradossi, nella sua raffinata insolenza. Lo scrittore londinese avvia il racconto ponendo in dubbio la sua stessa nascita, che accetta superstiziosamente piegandosi con “cieca credulità” alla “mera autorità” e alla tradizione dei suoi “maggiori”. Una storia che non gli fu “possibile controllare a suo tempo con l’esperienza personale”, ovvero, in definitiva, un “incidente” da accettare come un povero contadino ignorante”, unicamente perché “è stato trasmesso dalla tradizione orale”. Ciò non esclude che il racconto di quella nascita possa “essere falso”, che l’autore possa essere in realtà “l’erede da lungo tempo diseredato del Sacro Romano Impero, oppure un bambino che qualche disgraziato di Limehouse ha lasciato sulla soglia di una porta di Kensington, nel quale, fatto adulto, si svilupperà il germe di qualche orrenda eredità criminale”. Addirittura un pacato studioso scettico potrebbe “giungere alla conclusione che io non sia mai nato”. La pregevole fattura autobiografica di questo grande e intelligente scrittore è piena di divagazioni consimili. I dati biografici sono pretesto di riflessioni, ironie, paradossi gustosi e disarmanti. Non sono accertamento, pettegolezzo o giustificazione. Non mi interessano le pompose premesse offerte da Rousseau in apertura delle sue Confessioni. La patetica ingenuità di simili avvertenze (che, inevitabilmente, si convertono in atti d’accusa nei propri riguardi) è sconsolante. Può invece interessarmi certa passione che quella prosa denuncia. Altrettanto dicasi per le Confessioni dell’uomo Agostino (a lui fittiziamente dovrebbero ascriversi, non certo alla ipostatizzazione di un santo). Il vescovo di Ippona, ancora più pomposamente del francese, rivolge avvisaglie direttamente a Dio. Tuttavia non si può negare l’interesse o lo stimolo (non fosse altro che per dubitare di tutto) suscitato da alcune riflessioni (teologiche e non), a partire da quella sul tempo. In sostanza il problema autobiografico è, come per molti altri se non per tutti, un falso problema. Non credo esista un accertamento documentario o un problema biografico per L’uomo invisibile di Wells. Non vedo perché dovrebbe esserci per Aurelio Agostino, altrettanto invisibile. Entrambe le opere appartengono alla letteratura fantastica. Noi non indaghiamo o giustifichiamo il curriculum vitae del signor Griffin. Non capisco perché debbano insorgere giustificazioni ricusazioni o problemi biografici in generale per un apostolo e portavoce di Dio. Entrambi agiscono sotto l’egida del sogno e della fantasia. Mark Twain acutamente sintetizza il paradosso del falso problema autobiografico rinnovandolo senza risolverlo (giacché non c’è proprio nulla da risolvere): “Non è possibile che un uomo racconti la verità su se stesso o ometta di comunicare la verità su se stesso”. Inoltre, come qualcuno ha osservato, “colui che si accusa mente tanto quanto colui che si scusa”. Personalmente non potrei mai scrivere intenzionalmente della mia vita. Preferisco mentire apertamente. Preferisco le “identità” salde e definite operate da Borges e Casares nelle Cronache di Bustos Domecq (non meno reali della mia) ad ogni corriva malafede autobiografica. Le Vite immaginarie di Schwob e quelle illustri di Plutarco, a mio modo di vedere, hanno la stessa consistenza. Si può parlare compiutamente anche di altri (il “problema” della verità o della verosimiglianza è bandito in questa nota), ma non di se stessi, se non compiendo un gesto di ineguagliabile arroganza. Con tatto prudente e raffinato Elena Croce premette, in nuce alle sue memorie familiari, questa forma di giustificazione che almeno è una presa d’atto: “I libri di memorie sono facilmente quelli su cui chi li ha scritti ha opinioni più imprecise”. Il che è una confessione preliminare degna di merito rispetto alla vanità delle premesse precedenti. D’altra parte l’opera non è neanche lontanamente paragonabile allo spessore, alla passione e alla profondità degli altri due (s)confessati… Ma Elena Croce ha il problema (privilegio) di non essere Don Benedetto e di appartenere a quella categoria che Dossi magistralmente configura ne La Desinenza in A. (Va anche detto, a parziale discolpa dell’autrice, che sicuramente non nutriva particolari ambizioni.) Non sono alcune ricostruzioni indiziarie a dire qualcosa di noi; non più di quanto se ne possa dire parlando di altri, scrivendo un racconto, un aforisma, un epigramma, una partitura musicale o tacendo gli edulcorati scorci della memoria. Se parlassi dettagliatamente del potenziale nascituro che domani vedrà la luce, dell’uomo e del carattere che un giorno lo esalteranno, sarei più credibile; sicuramente meno fanatico. Gesualdo Bufalino non redige un’autobiografia, ma la biografia di un fantasma. Quel libro reca un titolo emblematico: “Calende greche”; e cioè, nel caso in questione, resoconto di giorni impossibili “che non furono mai o furono altrimenti, e che l’autore via via inventa, sviluppando la parabola d’una vita immaginaria”. Carmelo Bene non traccia ricordi adulterini dell’infanzia o della giovinezza. All’autobiografia preclude addirittura il “bìos”, cioè la vita, il biologico. Procedere nell’autobiografia sarà allora procedere nella (morta) Autografia d’un ritratto; cioè, ancora una volta, di un fantasma, di un’immagine. Una semplice scrittura che scrive e discrive se stessa appellandosi all’inorganico, all’inumano o all’umano inumato. (L’autografia è un mero procedimento litografico che consente di riportare un grafismo tracciato su carta autografa.) Tenere, come molte ragazzine sciocche fanno, sciocchi diari su sciocchi e miseri intrighi quotidiani, non rende conto delle nostre giornate (figuriamoci azioni…). Alcuni diari, detto frankamente, invece di restare, al più, semplici testimonianze o cronistorie di vicende personali (senza alcun valore estetico peraltro), assurgono infino agli onori dell’olimpo letterario. Trovo più interessante e seducente il procedimento inverso… Ed anche più esaustivo verosimile e illuminante: annotare puntualmente su un diario solo quello che non si è fatto e non si farà… ovvero una moltitudine indefinita e impensabile di ipotesi abortite. Tema su cui da tempo medito di scrivere un racconto che la pigrizia (straordinaria anti-musa) mi vieta.
Antonio Perrotta
Ricordo (con tutto ciò che il verbo comporta…) un giorno in cui un conoscente dell’ultima ora fu spettatore (a volte, deprecabilmente, partecipe) di una ditirambica conversazione tra me ed un amico (ovvero tra me e un conoscente della penultima ora) in merito alla vita, alle relazioni umane, alla morte, alla letteratura, alla fama… e ad altre divagazioni consimili per cui, in realtà, si è sempre spettatori del tronfio e goffo discorso che s’ingenera e c’ingenera, mai parte attiva… Mi dicono, il ricordo e un altro presunto testimone (quale dei due sia meno attendibile non so), che offesi la sensibilità di questo spettatore (non da me invitato, non da me richiesto, non da me notato, non da me accolto) a proposito di qualcosa che le mie labbra proferirono, irriverentemente, nei confronti della morte in generale, e cioè circa la sua palese impossibilità, irrealtà, inesperibilità… (divagazioni non nuove nei miei - nostri - excursus e che tra l’altro possono trovarmi compiacente per semplice sintonia estetico-congetturale, non certo per presunte aderenze al Vero (?) di cui non mi importa nulla…). Il giorno seguente questo conoscente dell’ultima ora, incontrandomi per strada, dopo essersi preso la briga ed aver promosso il disturbo di fermarmi, con solennità e ciglio piccato mi disse che in fondo, al di là delle parole, ero un povero e fanatico superficiale da compatire, visto che a lui, qualche anno prima, era morto il fratello e che poteva ben attestare la realtà di quella morte con l’insanabile dolore che ne derivava. Disse anche che un marmo al cimitero testimoniava, con nome e date, quella mancanza, e che avrei potuto constatarlo di persona. Aggiunse, con certo grottesco orgoglio, che, a dispetto della “realtà”, non cessava di parlare con questo defunto fratello, specie nei momenti di difficoltà e sconforto… Non dissi nulla (cosa che egli, a giudicare da una certa fierezza stampataglisi in volto, imputò sicuramente a trionfo accusatorio). Prima di recarmi al bar, cosa da cui indebitamente ero stato distolto, osservai ancora per qualche secondo il corredo vanitosamente funebre che i suoi lineamenti emaciati denunciavano, l’altezzosa e quasi lagrimosa perentorietà di uno sguardo empio di riscatto e dubbia contrizione. Davvero credeva di parlare all’Antonio del giorno prima… Davvero credeva che l’Antonio di ieri fosse vivo o che permanesse in quello dell’oggi, e che stimasse alcune sordide inezie degne di fede o propaganda. Davvero credeva a delle fragili parole che il tempo ordisce e casualmente dona. Davvero credeva di parlare importunare o mettere in difficoltà qualcuno che non cessava di scrutarlo con stupore e curiosità. Davvero credeva che parlare con il fratello defunto e con il “me” del giorno perso e sognato fosse differente… Davvero ignorava che si parla si loda e si recrimina sempre e solo a fantasmi. Davvero, per mio conto, gustai in ritardo dell’irish whiskey con rinnovato diletto.
Antonio Perrotta
Non posso (ri)conciliarmi con voialtri… Non cerco conciliazioni umane o paraumane. Sventurato nacqui distinto, a me stesso altro, altero e inconciliabile. Coltivai distinzione e alterità, insulti ironie e oscenità. Voi apparecchiate mediocri consessi all’angolo di un quadrivio, su una pista da ballo, attorno ad uno schermo che vi incensa e consuma, sui divani, negli stadi e sugli altari… Io perduro e persuado la mia mediocre e profetica aderenza al mondo nel mio inquieto perire. Risparmiatemi, soprattutto, moniti e comprensioni. E lasciatemi divertire (cioè morire…) con capricci e infamia. Lasciatevi sognare avendo cura di non destare chi sogna di sognare e di essere sognato. Non concedo né desidero perdoni, assoluzioni, compassioni, critiche, teoremi, elucubrazioni e pettegolume in genere. Non mi interessate sotto alcun rispetto; nemmeno, oramai, sotto un punto di vista folcloristico o circense. Sono nauseato di voi e di me (il me che in questo momento insorge e scrive). Ma non vi cerco: vi subisco. Ma non mi trovo: mi perdo e mi sopporto. Abbiate cura di smarrirvi, di contestare bandire e insultare le sedicenti guide. Siate proclivi alla contraddizione. Lapidate chi vi intima la coerenza senza sapere che ogni giorno, per il semplice fatto di svegliarsi dopo il sonno, si è incoerenti per definizione. La vita è solo contraddizione. La coerenza viene - torna - dopo. Non compiangete chi vi compiange, giacché l’universo non compiange nessuno. Siamo il glorioso e perituro accidente che impone la nostra vicendevole miseria.
Antonio Perrotta
Non vado al cimitero per qualche insulsa ricorrenza. Basta che me ne stia seduto sulla poltrona della mia camera abbandonato al tempo - dal tempo - per constatare la ricorrenza della morte. Non capirò mai l’assurda e mesta celebrazione di certi rendez-vous cimiteriali, di certi cadenzati omaggi novembrini che impongono doveri di onoranze funebri… con tutta l’indifferenza che gli ospiti di quelle mura promanano, non diversa da quella dei marmi e delle croci che li segnalano. Si può celebrare la morte solo tra vivi (inconsapevolmente, nelle più sfrenate manifestazioni di giubilo e vitalità, è esattamente quello che facciamo). Quando varco il cancello di un cimitero è per gustare o pregustare una pace che domani non potrò testimoniare né avvertire. E’ per immaginare le molteplici vite che certi volti e date hanno sognato e sancito. E’ per constatare che tutte quelle croci, inconcepibilmente, in qualche modo, hanno condizionato e profilato i miei passi, e che nel condizionamento umorale del momento continuano a farlo… E’ per immaginare il mio corpo al di là di quei marmi, senza coscienza, senza aneliti, senza timori o speranze. E’ per sapere quanto il ricordo, il rimpianto e il dolore, appartengano ai vivi, non agli occhi vispi del bimbo che mi spia da un consunto opale in ceramica. E’ per ricordarmi che non potrò ricordare e patire alcunché così come per millenni non ho ricordato e patito l’assenza di alcunché. E’ per sapere che, aldilà di certe smanie presenziali, non sono altro che una tomba che deambula a caso (tu n’es plus qu’un tombeau qui promène au hasard, diceva Laforgue), in attesa della mia allocazione ultima. E’ per gustare la vanità di queste riflessioni di fronte ad ogni lapide che osservo e congetturo, non visto o ricambiato. E’ per immaginare che i miei giorni e il mio nome incisi (un marmo da qualche parte li accoglie) saranno osservati da qualcuno che ignoro o fuggevolmente conosco. E’ per sapere che i suoi passi, inevitabilmente, saranno condizionati dal marmo di chi non lo contempla. E’ per intuire che l’unico vero dono non è questa lenta e vanitosa morte quotidiana, adusa e procrastinata, ma quell’ultima, franca e definitiva. E’ per gustare l’umile e profonda concordia che circola tra quei rosi cadaveri a dispetto del tronfio e vanitoso deambulare di questi altri che il giorno imbelletta e la notte ammansisce e dilava.
Antonio Perrotta
La mattina dell’otto dicembre 1854, papa Pio IX si desta più confuso del solito e proclama la dogmaticità di una Bolla (più problematica e meno probante di quella che in questo preciso istante infastidisce l’alluce del mio piede sinistro): [...] affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli. Questa la conclusione di un arbitrio, infallibile e divinamente ispirato, dal titolo Ineffabilis Deus (è curioso notare come Dio si recensisca e definisca sin dal titolo, giacché non c’è motivo di dubitare che lo stesso sia divinamente infuso). Oltre questa marianata DOC (denominazione di origine confessata) cui il fedele è tenuto a credere devotamente fin dall’istante successivo alla sua pubblicazione, non si trascuri che per effetto di ciò la Beata Vergine in tutta la sua vita non ha commesso alcun tipo di peccato, né mortale né veniale (come Gesù in sostanza, che visse da umano come tutti gli umani, ma in modo perfetto, esemplare, esente da peccato. Tanto più che essendo anche Dio poteva emendare ogni peccato, passarli ingiudicati). A Maria fu dunque dato in anticipo il privilegio che poi sarà concesso al Divino incarnato, “suo” figlio: quello di vivere umanamente ma senza peccare. E questo evidentemente per dare un’immagine di purezza delle origini cristologiche su questa terra, per non contaminare una futura vita santa con l’abiezione del peccato da parte di chi, per gentile intercessione dello Spirito, l’aveva generata. E perché non concederla anche al “padre” Giuseppe? Perché fu semplice spettatore e terzo incomodo di un connubio divino, se non incestuoso, direbbero i maligni… Ma allora se il Gesù che vive senza peccare ha bisogno di una madre senza peccato, perché non provvedere in tal senso anche verso la madre di Maria e la madre della madre…? Perché oltre Maria, in realtà, i credenti smettono di interrogarsi e sono appagati. Perché elevare una donna - quella donna - senza macchia a quarta persona della Trinità (come di fatto è) con tutte le adorazioni i consensi e le apparizioni che ne conseguono, è un’abile mossa di favore politico. Perché affiancare alla Cristologia la Mariologia e soprattutto il culto mariano fa proseliti persino tra le fila di quel gentil sesso notoriamente incline ad invidiare e diffamare la gonna al trotto che non sia la propria. E tutto questo dopo i deliri verginali (in aperta contraddizione con i Vangeli) operati da Giovanni Crisostomo e dal Concilio di Nicea. Stessa politica per gli stigmatizzati e i santi, tutti con il nome di tutti e per ogni occasione, affinché ciascuno abbia il proprio Be(l)ato da sbandierare e rivendicare. Simili operazioni, dato che i credenti non sanno Dio cosa sia né vogliono saperlo (giacché non intendono confrontarsi con il Nulla), portano inevitabilmente alla moltiplicazione e all’adorazione feticista di una miriade di altarini e santi personali se non della Vergine par exellence, come il penultimo papa ha dimostrato (quel Wojtyla moltiplicatore di miracoli e di santi, miracoloso estensore e notaro di prodigi, esecutore egli stesso di taumaturgici offici in odore di santità). Lo stesso Gesù, il figlio di Dio, questa incarnazione astrologica del sole, questa contraffazione di Horus e Mithra, ha meno idolatri di “sua” madre o di padre Pio. In realtà Dio è distante perché non c’è, e per renderlo mediatamente credibile ha bisogno di una vasta scala mediana di intercessioni: dagli arcangeli e i santi ai predicatori ai profeti ai miracoli e alle statue. A questa naturale tendenza ed esigenza religiosa neppure la Chiesa ha potuto rinunciare. In compenso ne ha saputo lucrare. Questo fa sì che il Cristianesimo sia la religione più politeista e idolatra al mondo. Tuttavia mi chiedo (ed è davvero meno importante e sconcertante di ciò che ho appena scritto): In una condizione di privilegio come quella di Gesù, si può sconfiggere il peccato da cui non si è sfiorati? Si può redimere senza essersi bagnati in esso? Si può esserne anche solo tentati sapendo, o almeno intuendo, di non potere comunque esserne contaminati? Si può capire la virulenta forza che lo anima senza averlo scrutato negli occhi lasciandosene sedurre e divorare? Si può essere perfetti e onnicomprensivi senza comprendere abbracciare e professare il male? Antonio Perrotta
Gli embrioni, secondo i deliri odierni della Chiesa, sono dotati di anima benché non lo siano di coscienza (ad un elefante da una tonnellata, che ospita circa 37 metri di intestino, chissà perché non è dato albergare quel soffio).
Non sarà questa forse una spiegazione del fatto che i cervelli dei credenti adulti permangono a livello embrionale?... vale a dire incoscienti e soffiati dal vento?
Inoltre in passato si riteneva, secondo le teorie scientifiche dell’epoca, che l’anima fosse infusa 40 giorni dopo il concepimento. E’ curioso notare come le nuove e più fondate acquisizioni scientifiche non stimolino il clero ad arrossire e a defilarsi in sordina dal circo dei propri assunti, ma stimoli lo stesso a strumentalizzare quelle acquisizioni adeguandovi le proprie idiozie, infischiandosene persino di Dio, continuamente colto in fallo e contraddizione.
E ancora: Se dotato di anima, come risorgerà nel regno dei cieli un embrione soppresso? Come embrione? In carne ed ossa? Secondo il profilo che avrebbe avuto se non fosse stato soppresso e che solo Dio conosce? Con le fattezze di quale età presumibilmente? Dovrà rispondere della sua anima in un Giudizio Universale senza aver avuto il tempo nemmeno di respirare o di essere battezzato..?
Antonio Perrotta
E’ chiaro che non sono un privilegiato.
Ho le piccole gioie della conoscenza, del dubbio, della curiosità, dell’intuizione, della consapevolezza, della cultura… Ma i privilegiati sono quelli che mi circondano e che non sopporto, coloro con i quali non potrò mai interagire né comunicare.
Il quieto, franco ottundimento che contraddistingue la marcia rumorosa di questi battaglioni, è un privilegio che non conosco. L’andatura degli stessi è direttamente proporzionale al dosaggio di menzogne e anestetico quotidianamente instillati.
Anche i loro lamenti sono di tipo elettivo. Essi non si lamentano per la condizione di oscuro servilismo cui gli alti patronati dell’anima, dello stato, della tradizione e dell’opinione li riducono. Non reclamano libertà dal giogo o indipendenza di pensiero.
Queste cordate di impietosi valletti non inveiscono perché sono schiavi; ma perché non lo sono abbastanza.
Loro possono scegliere di non vedermi (seppure anche in questo siano guidati). Io no.
In quanto pedine, tra l’altro, sono sempre innocenti, giacché inconsapevoli attori di una scacchiera che li asserve e manovra, teatro d’un gioco dove la regola è fatale.
Ma ad essi non importa un bel nulla delle regole e del gioco, dei promotori o registi.
Semplicemente ignorano di esservi sottoposti.
Ciò in qualche modo li scagiona rendendoli innocenti.
Io non posso che essere colpevole.
Il semplice fatto di compilare questa nota ne è la conferma.
Antonio Perrotta